CRASI DI IDENTITA’
Mi sento in dovere di segnalare il dibattito sull’identità di genere (cioè sul come stabilire se si è maschio o se si è femmina) apparso a puntate nel mese di giugno sul quotidiano La Repubblica. Non proprio una priorità con una guerra sulla porta di casa e una crisi economica globale a cui sopravvivere, ma il surrealismo e la nientologia non conoscono barriere.
Mi limito a qualche nota sul contributo che ha innescato il dibattito – quello della filosofa morale Michela Marzano, riferimento imprescindibile del politicamentecorrettismo militante – il 6 giugno scorso, perché è quello che ha tracciato il solco.
Cito: “non è più possibile trincerarsi dietro l’idea secondo la quale alla base delle molteplici differenze che attraversano l’umanità ci sarebbe sempre e solo la differenza sessuale: quella differenza iscritta nel corpo”.
Sorprendente. Abbiamo passato secoli a demolire le ragioni dell’anima per costruire quelle del corpo, perché il corpo era innegabile e incontrovertibile mentre l’anima no. Adesso, una Nèmesi impietosa spinge a demolire le ragioni del corpo per costruire quelle del genere, Perché? Perché il corpo è troppo innegabile e troppo incontrovertibile. Inquietante.
Ma andiamo avanti. Se il corpo non basta più a decidere, quale è il criterio per stabilire se si è maschi o femmine? Cito ancora: “l’identità di genere è la percezione precoce, profonda e duratura di sé come uomo o donna”. Detto altrimenti: io sono maschio se mi sento profondamente e durevolmente maschio, sono femmina se mi sento profondamente e durevolmente femmina. Ovvero: ciò che siamo dipende da ciò che sentiamo di essere. O anche ciò che sentiamo di essere coincide con ciò che siamo effettivamente. Ciò
significa che se Adolf Hitler si sentiva profondamente e durevolmente il messia della razza ariana, allora, lui era effettivamente il messia della razza ariana. Come chi si sente profondamente e durevolmente Napoleone, è effettivamente Napoleone. E chi si sentisse profondamente e durevolmente il gatto con gli stivali o il gabbiano Johnatan Livingstone, sarebbe effettivamente il gatto con gli stivali o il gabbiano Johnatan Livingstone.
Con tutto ciò, rimane da capire come sarà possibile sentirsi profondamente e durevolmente qualcosa, dopo aver cancellato (filosoficamente e politicallycorrettamente) il corpo e l’anima: in effetti, dopo il Cogito ergo sum di Cartesio e l’Io di Fichte che si autorelaizza all’infinito, il “chettesenti a fra’?” non pare gran che come fondamento di un nuovo umanesimo.
Lontanissima dal porsi il problema, la filosofa chiude imperterrita con un appello alle coscienze della sinistra. Cito ancora: “forse, è giunto il momento che la sinistra faccia un esame di coscienza”, perché “la complessità della realtà e le contraddizioni dell’esistenza necessitavano una lettura non semplicistica dell’identità di genere”.
Per avere conferma di quanto sia improbabile che a sinistra si facciano letture semplicistiche di cose complicate, basta ricordare quante volte la sinistra abbia fatto letture complicate di cose semplicissime – un esempio potrebbero essere le abissali differenze che separano LEU da Articolo Primo.
Non resta che ricordare, se mai la sinistra dovesse fare l’auspicato esame di coscienza, anche il dolore dei peccati e il proponimento di non commetterne mai più, come insegnava il vecchio catechismo.